La disubbidienza di Èva e l'ubbidienza
di Maria.
Tratto da “l’Evangelo
come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta
Dice Gesù:
Non si legge nella Genesi che Dio fece l'uomo dominatore : su tutto quanto era sulla Terra, ossia su tutto meno che
su Dio e i suoi angelici ministri? Non si legge che fece la donna perché fosse
compagna all'uomo nella gioia e nella dominazione su tutti i viventi? Non si
legge che di tutto potevano mangiare fuorché dell'albero della scienza del Bene
e del Male? Perché?
Quale sottosenso è nella parola "perché domini"?
Quale in quello dell'albero della scienza del Bene e del Male? Ve lo siete mai
chiesto, voi che vi chiedete tante cose inutili e non sapete chiedere mai alla
vostra anima le celesti verità?
La vostra anima, se fosse viva, ve le direbbe, essa che quando è in grazia è tenuta come un fiore fra le mani
dell'angelo vostro, essa che quando è in grazia è come un fiore baciato dal
sole e irrorato dalla rugiada per lo Spirito Santo che la scalda e illumina,
che la irriga e la decora di celesti luci. Quante verità vi direbbe la vostra
anima se sapeste conversare con essa, se l'amaste come
quella che mette in voi la somiglianza con Dio, che è Spirito come spirito è la
vostra anima. Quale grande amica avreste se amaste la vostra anima in luogo di
odiarla sino ad ucciderla; quale grande, sublime amica con la quale parlare di
cose di Cielo, voi che siete così avidi di parlare e vi rovinate l'un l'altro con amicizie che, se non sono indegne (qualche
volta lo sono) sono però quasi sempre inutili e vi si mutano in frastuono vano
o nocivo di parole, e parole tutte di Terra.
Non ho Io detto: "Chi mi ama osserverà la mia parola,
e il padre mio l'amerà, e verremo presso di lui e faremo in lui dimora"?
L'anima in grazia possiede l'amore e, possedendo l'amore, possiede Dio, ossia
il Padre che la conserva, il Figlio che l'ammaestra, lo Spirito che
Se sapeste interrogare la vostra anima, essa vi direbbe che
il significato vero, esatto, vasto quanto il creato, di quella parola
"domini" è questo: "Perché l'uomo domini su tutto. Su tutti i
suoi tre strati. Lo strato inferiore, animale. Lo strato di mezzo, morale. Lo
strato superiore, spirituale. E tutti e tre li volga ad un unico fine:
possedere Dio".
Possederlo meritando con questo ferreo dominio, che tiene
soggette tutte le forze dell'io e le fa ancelle di questo unico scopo: meritare
di possedere Dio. Vi direbbe che Dio aveva proibito la conoscenza del Bene e
del Male, perché il Bene lo aveva elargito alle sue creature gratuitamente, e
il Male non voleva che lo conosceste, perché è frutto dolce al palato ma che,
sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione,
per cui più si beve di quel suo succo mendace e più se ne ha sete.
Voi obbietterete: "E perché ce l'ha messo?". E
perché! Perché il Male è una forza che è nata da sola, come certi mali
mostruosi nel corpo più sano.
Lucifero era angelo, il più bello degli angeli. Spirito
perfetto, inferiore a Dio soltanto. Eppure nel suo essere luminoso nacque un
vapore di superbia che esso non disperse. Ma anzi condensò covandolo. E da
questa incubazione è nato il Male. Esso era prima che l'uomo fosse. Dio l'aveva
precipitato fuor dal Paradiso, l'Incubatore maledetto
del Male, questo insozzatore del Paradiso. Ma esso è
rimasto l'eterno Incubatore del Male e, non potendo
più insozzare il Paradiso, ha insozzato la Terra.
Quella metaforica pianta sta a dimostrare questa verità.
Dio aveva detto all'uomo e alla donna: "Conoscete tutte le leggi ed i
misteri del creato. Ma non vogliate usurparmi il diritto di essere il Creatore
dell'uomo. A propagare la stirpe umana basterà il mio amore che circolerà in
voi, e senza libidine di senso ma per solo palpito di carità susciterà i nuovi Adami della stirpe. Tutto vi dono. Solo mi serbo questo
mistero della formazione dell'uomo".
Satana ha voluto levare questa verginità intellettuale
all'uomo, e con la sua lingua serpentina ha blandito e accarezzato membra e
occhi di Èva, suscitandone riflessi e acutezze che
prima non avevano, perché la Malizia non li aveva intossicati.
Essa "vide".
E vedendo volle provare. La carne era destata.
Oh! se avesse chiamato Dio! Se fosse corsa a dirgli:
"Padre! Io sono malata. Il Serpente mi ha accarezzata e il turbamento è in
me". Il Padre l'avrebbe purificata e guarita col suo alito, che, come le
aveva infuso la vita, poteva infonderle nuovamente innocenza, smemorandola del tossico serpentino ed anzi mettendo in lei
la ripugnanza per il Serpente, come è in quelli che un male ha assalito e che,
guariti di quel male, ne portano una istintiva ripugnanza.
Ma Eva non va al Padre. Eva torna dal Serpente. Quella
sensazione è dolce per lei. "Vedendo che il frutto dell'albero era buono a
mangiarsi e bello all'occhio e gradevole all'aspetto, lo colse e ne
mangiò".
E "comprese".
Ormai la malizia era scesa a morderle le viscere. Vide con occhi nuovi e udì
con orecchi nuovi gli usi le voci dei
bruti. E li bramò con folle bramosia.
"Iniziò sola il peccato. Lo portò a termine col
compagno. Ecco perché sulla donna pesa condanna maggiore. È per lei che l'uomo
è divenuto ribelle a Dio e che ha conosciuto lussuria e morte. È per lei che
non ha più saputo dominare i suoi tre regni: dello spirito, perché ha permesso che lo spirito disubbidisse a Dio; del morale, perché ha permesso che le
passioni lo signoreggiassero; della carne,
perché l'avvilì alle leggi istintive dei bruti.
"Il Serpente mi ha sedotta", dice Eva. "La donna
m'ha offerto il frutto ed io ne ho mangiato", dice Adamo. E la cupidigia
triplice abbranca da allora i tre regni dell'uomo.
“Non c'è che la Grazia che riesca ad allentare la stretta
di questo mostro spietato. E, se è viva, vivissima, mantenuta sempre più viva
dalla volontà del figlio fedele, giunge a strozzare il mostro ed a non aver più
a temere di nulla. Non dei tiranni interni, ossia della carne e delle passioni;
non dei tiranni esterni; ossia del mondo e dei potenti del mondo. Non delle
persecuzioni. Non della morte. È come dice l'apostolo Paolo: "Nessuna di
queste cose io temo, né tengo alla mia vita più di me, purché io compia la mia
missione ed il ministero ricevuto dal Signore Gesù per rendere testimonianza al
Vangelo della Grazia di Dio".
Ho detto: "metaforica pianta". Dirò ora:
"simbolica pianta". Forse capirete meglio. Il suo simbolo è chiaro:
dal come i due figli di Dio avrebbero
agito rispetto ad essa, si sarebbe compreso come era in loro tendenza al Bene o
al Male. Come acqua regia che prova l'oro e bilancia d'orafo che ne pesa i
carati, quella pianta, divenuta una "missione" per il comando di Dio
rispetto ad essa, ha dato la misura della purezza del metallo d'Adamo e di Eva.
Sento già la vostra obbiezione: "Non è stata soverchia
la condanna e puerile il mezzo usato per giungere a condannarli?".
Non è stato.
Una disubbidienza attualmente
in voi, che siete gli eredi loro, è meno grave che non fosse in essi.
Voi siete redenti da Me. Ma il veleno di Satana rimane
sempre pronto a risorgere, come certi morbi che non si annullano mai totalmente
nel sangue. Essi, i due Progenitori, erano possessori della Grazia senza aver
mai avuto sfioramento con la Disgrazia.
Perciò più forti, più sorretti dalla Grazia, che generava
innocenza e amore. Infinito era il dono che Dio aveva loro dato. Ben più grave
perciò la loro caduta nonostante quel dono.
Simbolico anche il frutto offerto e mangiato. Era il frutto
di una esperienza voluta compiere per istigazione satanica contro il comando di
Dio. Io non avevo interdetto agli uomini l'amore. Volevo unicamente che si
amassero senza malizia; come Io li amavo con la mia santità, essi dovevano
amarsi in santità d'affetti, che nessuna libidine insozza.
Non si deve dimenticare che la Grazia è lume, e chi la
possiede conosce ciò che è utile e buono conoscere. La Piena di Grazia conobbe
tutto, perché la Sapienza la istruiva, la Sapienza che è Grazia, e si seppe
guidare santamente. Èva conosceva perciò ciò che le
era buono conoscere. Non oltre, perché è inutile conoscere ciò che non è buono.
Non ebbe fede nelle parole di Dio e non fu fedele nella sua promessa di
ubbidienza.
Credette a Satana, infranse la promessa,
volle sapere il non buono, lo amò senza rimorso, rese l'amore, che Io avevo
dato così santo, una corrotta cosa, una avvilita cosa. Angelo decaduto, si
rotolò nel fango e sullo strame, mentre poteva correre felice fra i fiori del
Paradiso terrestre e vedersi fiorire intorno la prole, così come una pianta si
copre di fiori senza curvare la chioma
nel pantano.
Non siate come i fanciulli stolti che Io indico nel
Vangelo, i quali hanno udito cantare e si sono turati gli orecchi, hanno udito
suonare e non hanno ballato, hanno udito piangere e hanno voluto ridere. Non
siate gretti e non siate negatori. Accettate, accettate senza malizia e
cocciutaggine, senza ironia e incredulità,
Per farvi capire di quanto dovete esser grati a Colui che è
morto per rialzarvi al Cielo e per vincere la concupiscenza di Satana, ho
voluto parlarvi, in questo tempo di preparazione alla Pasqua, di questo che è
stato il primo anello della catena con cui il Verbo del Padre fu tratto alla
morte, l'Agnello divino al macello. Ve ne ho voluto parlare perché ora il
novanta per cento fra voi è simile ad Èva intossicata
dal fiato e dalla parola li Lucifero, e non vivete per amarvi ma per saziarvi
di senso, non vivete per il Cielo ma per il fango, non siete più creature
dotate d'anima e ragione ma cani senz'anima e senza ragione.
L’anima l'avete uccisa e la ragione depravata. In verità vi
dico che i bruti vi superano nella onestà dei loro amori.
Dice Maria:
Nella gioia, poiché quando ho compreso la missione a
cui Dio mi chiamava fui ripiena di
gioia, il mio cuore si aprì come un giglio serrato e se ne effuse quel sangue
che fu zolla al Germe del Signore.
Gioia di esser madre.
M'ero consacrata a Dio dalla prima età, perché la luce
dell'Altissimo m'aveva illuminato la causa del male del mondo ed avevo voluto,
per quanto era in mio potere, cancellare da me la traccia di Satana.
Io non sapevo di esser senza macchia. Non potevo pensare
d'esserlo. Il solo pensarlo sarebbe stata presunzione e superbia, perché, nata
da umani genitori, non m'era lecito pensare che proprio io ero l'Eletta ad
esser
Lo Spirito di Dio mi aveva istruita sul dolore del Padre
davanti alla corruzione di Eva, che aveva voluto avvilire sé, creatura di
grazia, ad un livello di creatura inferiore.
Era in me l'intenzione di addolcire quel dolore riportando
la mia carne alla purezza angelica col serbarmi inviolata da pensieri, desideri
e contatti umani. Solo per Lui il mio palpito d'amore, solo a Lui il mio
essere. Ma, se non era in me arsione di carne, era però ancora il sacrificio di
non esser madre.
La maternità, priva di quanto ora la avvilisce, era stata
concessa dal Padre creatore anche ad Èva. Dolce e
pura maternità senza pesantezza di senso! Io l'ho provata! Di quanto s'è
spogliata Èva rinunciando a questa ricchezza! Più che
dell'immortalità. E non vi paia esagerazione. Il mio Gesù, e con Lui io, sua
Madre, abbiamo conosciuto il languore della morte. Io il dolce languore di chi
stanco si addormenta, Egli l'atroce languore di chi muore per la sua condanna.
Dunque anche a noi è venuta
Ora alla sua serva l'eterno Buono dava questo dono senza
levarmi il candore di cui m'ero vestita per esser fiore sul suo trono. Ed io ne
giubilavo con la duplice gioia d'esser madre di un uomo e d'esser Madre di Dio.
Gioia d'esser Quella
per cui la pace si rinsaldava fra Cielo e Terra.
Oh! aver desiderato questa pace per amore di Dio e di
prossimo, e sapere che per mezzo di me, povera ancella del Potente, essa veniva
al mondo! Dire: "Oh! uomini, non piangete più. Io porto in me il segreto
che vi farà felici. Non ve lo posso dire, perché è sigillato in me, nel mio
cuore, come è chiuso il Figlio nel seno inviolato. Ma già ve lo porto fra voi,
ma ogni ora che passa è più prossimo il momento in cui lo vedrete e ne
conoscerete il Nome santo”.
Gioia d'aver fatto
felice Iddio: gioia di credente per il
suo Dio fatto felice.
Oh! l'aver levato dal cuore di Dio l'amarezza della
disubbidienza d'Eva! Della superbia d'Eva! Della sua incredulità!
Il mio Gesù ha spiegato di qual colpa si macchiò la Coppia
prima. Io ho annullato quella colpa rifacendo a ritroso, per ascendere, le
tappe della sua discesa.
Il principio della colpa fu nella disubbidienza. "Non
mangiate e non toccate di quell'albero", aveva
detto Iddio. E l'uomo e la donna, i re del creato, che potevano di tutto
toccare e mangiare fuor che di quello, perché Dio voleva non renderli che
inferiori agli angeli, non tennero conto di quel divieto.
La pianta: il mezzo per provare l'ubbidienza dei figli.
Che è l'ubbidienza al comando di Dio? È bene, perché Dio
non comanda che il bene. Che è la disubbidienza? È male, perché mette l'animo
nelle disposizioni di ribellione su cui Satana può operare.
Eva va alla pianta da cui sarebbe venuto il suo bene con lo
sfuggirla o il suo male coll'avvicinarla. Vi va
trascinata dalla curiosità bambina di vedere che avesse in sé di speciale,
dall'imprudenza che le fa parere inutile il comando di Dio, dato che lei è
forte e pura, regina dell'Eden, in cui tutto le ubbidisce e in cui nulla potrà
farle del male. La sua presunzione
Alla pianta trova il Seduttore il quale, alla sua
inesperienza, alla sua vergine tanto bella inesperienza, alla sua maltutelata da lei inesperienza, canta la canzone della
menzogna. "Tu credi che qui sia del male? No. Dio te l'ha detto, perché vi
vuoi tenere schiavi del suo potere. Credete d'esser re? Non siete neppur liberi come lo è
Non sapete quale gioia è l'esser due in una carne sola, che
ne crea una terza e molte più terze? Non credete alle promesse di Dio di avere
gioia di posterità vedendo i figli crearsi nuove famiglie, lasciando per esse e
padre e madre. Vi ha dato una larva di vita: la vita vera è di conoscere le
leggi della vita. Allora sarete simili a dèi e potrete dire a Dio: 'Siamo tuoi uguali'".
E la seduzione è continuata, perché non vi fu volontà di
spezzarla, ma anzi volontà di continuarla e di conoscere ciò che non era
dell'uomo. Ecco che l'albero proibito diviene, alla razza, realmente mortale,
perché dalle sue rame pende il frutto dell'amaro sapere che viene da Satana. E
la donna diviene femmina e, col lievito della conoscenza satanica in cuore, va
a corrompere Adamo. Avvilita così la carne, corrotto il morale, degradato lo
spirito, conobbero il dolore e la morte dello spirito privato della Grazia, e
della carne privata dell'immortalità.
E la ferita di Eva generò la sofferenza, che non si
placherà finché non sarà estinta l'ultima coppia sulla Terra.
lo ho percorso a ritroso la via dei due peccatori. Ho
ubbidito. In tutti i modi ho ubbidito. Dio m'aveva chiesto d'esser vergine. Ho
ubbidito. Amata la verginità, che mi faceva pura come la prima delle donne
prima di conoscere Satana, Dio mi chiese d'esser sposa. Ho ubbidito, riportando
il matrimonio a quel grado di purezza che era nel pensiero di Dio quando aveva
creato i due Primi. Convinta d'esser destinata alla solitudine nel matrimonio e
allo sprezzo del prossimo per la mia sterilità santa, ora Dio mi chiedeva
d'esser Madre. Ho ubbidito.
Ho creduto che ciò fosse possibile e che quella parola
venisse da Dio, perché la pace si diffondeva in me nell'udirla. Non ho pensato:
"Me lo sono meritato". Non mi son detta;
"Ora il mondo mi ammirerà, perché sono simile a Dio creando la carne di
Dio". No. Mi sono annichilita nella umiltà.
La gioia m'è sgorgata dal cuore come uno stelo di rosa
fiorita. Ma si ornò subito di acute spine e fu stretta nel viluppo del dolore,
come quei rami che sono avvolti dai vilucchi dei convolvoli. Il dolore del
dolore dello sposo: ecco la strettoia nel mio gioire. Il dolore del dolore del
mio Figlio: ecco le spine del mio gioire.
Eva volle il godimento, il trionfo,
Divenni l'Ancella di Dio nella carne, nel morale, nello
spirito, affidandomi a Lui non solo per il verginale concepimento, ma per la
difesa del mio onore, per la consolazione dello sposo, per il mezzo con cui
portare egli pure alla sublimazione del coniugio, di modo da fare di noi coloro
che rendono all'uomo e alla donna la dignità perduta.
Abbracciai la volontà del Signore per me, per lo sposo, per
"Sì", ho detto. Sì. E basta. Quel "sì" ha annullato il "no" di Eva al comando di Dio.
"Sì, Signore, come Tu vuoi. Conoscerò quel che Tu vuoi. Vivrò come Tu vuoi. Gioirò
se Tu vuoi. Soffrirò per quel che Tu vuoi. Sì, sempre sì, mio Signore, dal
momento in cui il tuo raggio mi fé' Madre al momento
in cui mi chiamasti a Te. Sì, sempre sì. Tutte le voci della carne, tutte le
passioni del morale sotto il peso di questo mio perpetuo sì. E sopra, come su un piedestallo di diamante, il
mio spirito a cui mancan
l'ali per volare a Te, ma che è signore di tutto l'io donato e servo tuo. Servo
nella gioia, servo nel dolore. Ma sorridi, o Dio. E sii felice. La colpa è
vinta. È levata, è distrutta. Essa giace sotto al mio tallone, essa è lavata
nel mio pianto, distrutta dalla mia ubbidienza. Dal mio seno nascerà l'Albero
nuovo che porterà il Frutto che conoscerà tutto il Male, per averlo patito in
Sé, e darà tutto il Bene. A questo potranno venire gli uomini, ed io sarò
felice se ne coglieranno anche senza pensare che esso nasce da me. Purché
l'uomo si salvi e Dio sia amato, si faccia della sua ancella quel che si fa
della zolla su cui un albero sorge: gradino per salire".
Maria, bisogna sempre saper essere gradino perché gli altri
salgano a Dio. Se ci calpestano, non fa niente. Purché riescano ad andare alla Croce. È il nuovo albero che
ha il frutto della conoscenza del Bene e del Male, perché dice all'uomo ciò che
è male e ciò che è bene, perché sappia scegliere e vivere, e sa nel contempo
fare di sé liquore per guarire gli intossicati dal male voluto gustare. Il
nostro cuore sotto ai piedi degli uomini, purché il numero dei redenti cresca e
il Sangue del mio Gesù non sia effuso senza frutto. Ecco la sorte delle ancelle
di Dio. Ma poi meritiamo di ricevere nel grembo l'Ostia santa e ai piedi della
Croce, intrisa del suo Sangue e del nostro pianto, dire: "Ecco, o Padre,
l'Ostia immacolata che ti offriamo per la salute del mondo. Guardaci, o Padre,
fuse con Essa, e per i suoi meriti infiniti dacci la tua benedizione".
Ed io ti do la mia carezza. Riposa, figlia. Il Signore è
con te.
Ti avevo promesso che Egli sarebbe venuto a portarti la sua
pace. La ricordi la pace che era in te nei giorni di Natale?
Quando mi vedevi col mio Bambino? Allora era il tuo tempo
di pace. Ora è il tuo tempo di pena. Ma
tu lo sai, ormai. È nella pena che si
conquista la pace e ogni grazia per noi e per il prossimo. Gesù-Uomo
tornò Gesù-Dio dopo la tremenda pena della Passione.
Tornò Pace. Pace nel Cielo da cui era venuto e dal quale ora effonde la sua
pace a coloro che nel mondo lo amano. Ma nelle ore di Passione, Lui, Pace del
mondo, fu privato di questa pace. Non avrebbe sofferto se l'avesse avuta. E
doveva soffrire. Completamente soffrire.
Io, Maria, ho redento la donna con
Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità,
avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non
bastava ancora. Perché il peccato d'Eva era albero di quattro rami: superbia,
avarizia, golosità, lussuria.
E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l'albero alle radici.
Umiliandomi sino
al profondo, ho vinto la superbia,
Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia
umiltà verso Dio. Questa è dovuta all'Altissimo da ogni creatura. L’ebbe il suo
Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni
dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini?
Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che
giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il
rumore delle loro parole era venuto come onda amara a infrangersi contro la mia
umanità.
E furono le prime delle infinite umiliazioni che la mia
vita di madre di Gesù e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di
povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici
che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d'esser madre verso
il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero,
umiliazioni crudeli nell'ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover
riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del
Figlio mio.
Ho vinto
l'avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.
Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua
creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l'amore di una sposa, o Dio
stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in
seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta
alla nostra. Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un
nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e
sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si
sente stirare sino allo spasimo se l'amore di Dio o di una creatura, o le
esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando
il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre.
Ed io ho rinunciato, dal momento che l'ho avuto, al Figlio
mio. A Dio l'ho dato. A voi l'ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono
spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.
Ho vinto la
golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che
Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto
senza investigare. Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni
sapore di senso. La mia carne l'ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di
Satana, l'ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per
avvicinarmi al Cielo.
Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L'unica mia fame.
Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo
di Lui.
Ho vinto la
lussuria,
la quale è la golosità portata all'ingordigia. Perché ogni
vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Èva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi
soddisfazione da sola.
Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e
conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e,
in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre
attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo.
Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze
infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: "Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà". Casto è
colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri.
Io dovevo esser la Casta per annullare l'Impudica della carne, del cuore e
della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio,
unicamente mio sulla Terra come era unicamente di Dio in Cielo: "Questo è mio e lo voglio".
Eppure non bastava ancora per ottenere alla donna la pace
perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire
Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido
della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più
carne ma angelo.
Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel
momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento
generata la Grazia e ve l'ha data. La femmina che avevo riconsacrata donna la
notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura
dei Cieli.
Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione
anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli
animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi.
Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il
mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l'anima risantificata della donna insieme alla mia carne,
glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l'ultima
traccia di Eva, l'ultima radice di quell'albero dai
quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato
alla caduta l'umanità e che fino alla fine dei secoli e all'ultima donna vi
morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell'Amore, io vi chiamo
e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il
Sangue del Figlio mio.
E tu, mia voce, riposa l'anima tua nella luce di quest'alba
di Gesù, per aver forza per le future crocifissioni che non ti saranno
risparmiate, perché qui ti vogliamo e qui si viene attraverso il dolore, perché
qui ti vogliamo e tanto più alto si viene quanto più si è portato pena per
ottenere Grazia al mondo.
Va' in pace. Io sono con te.